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1 APRILE: INCONTRO CON IL DIRETTORE DELLA COOPERATIVA SOCIALE "LA RETE"

Nella serata di mercoledì 1° aprile il nostro Club ha avuto il piacere di ospitare Mauro Tommasini, direttore della Cooperativa Sociale La Rete di Trento, realtà che da molti anni rappresenta un punto di riferimento importante nel nostro territorio per l’accompagnamento delle persone con disabilità e delle loro famiglie. L’intervento del direttore Tommasini ci ha aiutati a comprendere con grande chiarezza il valore profondo del lavoro portato avanti dalla cooperativa: non isolare le persone con disabilità, non leggerle solo attraverso i loro limiti, ma riconoscerle anzitutto come persone, portatrici di desideri, interessi, aspirazioni, legami e capacità di scelta. È una visione che mette al centro la dignità della persona e il suo progetto di vita, superando una logica puramente assistenziale per aprirsi invece a un’autentica prospettiva di inclusione. Particolarmente significativo è stato il racconto dei percorsi promossi dalla cooperativa nell’ambito dell’abitare inclusivo. La Rete è stata tra le realtà che hanno creduto con anticipo nella possibilità di accompagnare i giovani con disabilità verso forme di vita adulta più autonome, offrendo loro la possibilità di sperimentare concretamente la scelta di dove e con chi vivere, condividendo la quotidianità in appartamenti e contesti abitativi sostenuti, ma non sostitutivi della loro libertà personale. La cooperativa descrive infatti la vita indipendente come una condizione concreta e praticabile, nella quale le persone possano scegliere dove e con chi vivere, al di fuori sia del solo nucleo familiare sia di modelli esclusivamente residenziali. Dalle parole di Mauro Tommasini è emerso con forza anche un altro concetto chiave: “fare rete”. Per la cooperativa, l’inclusione non può essere demandata soltanto ai servizi, ma nasce da una comunità che si rende disponibile ad accogliere, conoscere e condividere. Per questo La Rete lavora in sinergia con famiglie, volontari, scuola, enti pubblici, terzo settore e mondo economico, nella convinzione che la qualità della vita delle persone passi anche attraverso relazioni vere e contesti di appartenenza. È proprio questa capacità di costruire alleanze sul territorio uno degli elementi distintivi più riconosciuti del suo operato. Nel corso della serata si è parlato anche dello spettacolo “Dentro… dove le diversità si incontrano”, promosso dal gruppo teatrale Ikaro della Cooperativa La Rete e sostenuto anche dai Rotary Club Valsugana, Trento, Trentino Nord e Rotaract. Lo spettacolo, proposto nuovamente al Teatro Comunale di Pergine Valsugana l’11 aprile 2026, nasce come esperienza di teatro inclusivo e come invito a guardare oltre le apparenze, per incontrare il mondo interiore di ciascuno: emozioni, paure, desideri e possibilità di relazione. La testimonianza di Mauro Tommasini ci ha lasciato un messaggio forte e attuale: una comunità è davvero tale quando sa riconoscere ogni persona non per ciò che le manca, ma per ciò che è, per ciò che desidera e per il contributo che può portare. Ed è proprio in questa prospettiva che il lavoro della Cooperativa La Rete appare prezioso: non solo accompagnare, ma creare le condizioni perché ciascuno possa abitare pienamente la propria vita.

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15 APRILE: CAMINETTO

La serata del 15 aprile avrebbe dovuto essere dedicata alla relazione dei nostri soci Dott.ssa Irene Zamboni e Dott. Mauro Bertoldi, che ci avrebbero accompagnati sul tema “Due generazioni a fianco della finanza”. .A causa di problemi di salute di uno dei relatori, l’incontro è stato trasformato in un caminetto tra soci. Abbiamo quindi trascorso la serata tra amici rotariani, in un clima di confronto informale e piacevole convivialità. La relazione è stata rinviata alla serata del 27 maggio.

 

22 APRILE: CONVIVAILE CON RELATORI PAOLO ZANLUCCHI, MARIA FRAPPORTI E GIOVANNA BRONZINI "PARLIAMONE! ASCOLTARE I RAGAZZI OGGI: MA COSA SUCCEDE AI NOSTRI RAGAZZI?"

La conviviale del 22 aprile è stata dedicata a un tema delicato e urgente: il disagio dei giovani e degli adolescenti, con particolare attenzione alla sofferenza che talvolta rimane invisibile fino a trasformarsi in isolamento, autolesionismo o rinuncia alla vita. A guidare la serata è stato il nostro socio dott. Paolo Zanlucchi, insieme alla dott.ssa Maria Frapporti e alla dott.ssa Giovanna Bronzini, che hanno proposto una riflessione dal titolo: “Parliamone! Ascoltare i ragazzi oggi: ma cosa succede ai nostri ragazzi?” Le relatrici hanno condiviso l’esperienza maturata nel progetto Psychaché, nato a Rovereto per rompere il silenzio attorno al dolore mentale degli adolescenti. Il progetto ha trovato una delle sue espressioni più significative nello spettacolo teatrale “Bunker. Un’ombra su cui porre luce”, costruito con i ragazzi e per i ragazzi, attraverso un percorso capace di trasformare paure, domande e fragilità in parola, ascolto e consapevolezza. La serata ha ricordato che il suicidio giovanile non può essere liquidato come fatto privato o lontano: riguarda la comunità intera. I dati disponibili mostrano come anche il Trentino presenti numeri che impongono attenzione, ma il messaggio centrale dell’incontro non è stato quello dell’allarme, bensì quello della responsabilità condivisa. Famiglie, scuola, associazioni, club service e comunità educante possono fare molto: non giudicare, non minimizzare, imparare ad ascoltare, creare spazi in cui i ragazzi possano esprimere il proprio disagio prima che diventi mutismo o solitudine. Il titolo della serata, “Parliamone”, è diventato così anche il suo messaggio più forte: parlare con delicatezza, con competenza e con rispetto non aumenta il problema, ma può diventare il primo passo per prevenirlo. In questo senso, la testimonianza delle relatrici ha consegnato ai soci un invito concreto: essere adulti più presenti, più attenti e più capaci di accogliere le domande dei giovani, anche quando sono scomode o difficili. Nel solco dei valori rotariani, l’incontro ha richiamato l’importanza di costruire relazioni buone, reti di prossimità e occasioni di dialogo. Perché ascoltare davvero i ragazzi significa anche dire loro, con i fatti, che nessuno deve restare solo davanti alla propria fatica.

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29 APRILE: OROLOGERIA CON NICOLA SALIJOUGHI

La serata del 29 aprile ci ha accompagnati in un viaggio affascinante nel mondo dell’alta orologeria, guidati da Nicola Saljoughi, che con competenza e passione ci ha raccontato come un orologio possa essere molto più di uno strumento per misurare il tempo: può diventare memoria, tecnica, identità, desiderio e, in molti casi, vero e proprio simbolo di status. L’incontro, dal titolo “Ingranaggi che muovono emozioni: viaggio nel mondo dell’alta orologeria”, ha preso avvio dalla storia dell’orologeria svizzera, le cui origini risalgono alla metà del Cinquecento, in particolare a Ginevra. Fu proprio lì che, anche a seguito delle restrizioni introdotte da Giovanni Calvino nel 1541 contro l’uso di oggetti ornamentali, molti orafi e gioiellieri si orientarono verso una nuova arte: la costruzione degli orologi. Alla fine del secolo Ginevra era già riconosciuta per l’eccellenza della propria produzione, tanto che nel 1601 venne costituita la prima corporazione degli orologiai svizzeri. Nicola ci ha poi condotti attraverso le grandi trasformazioni del Novecento, fino alla crisi provocata dall’avvento degli orologi al quarzo e dei modelli più pratici, economici e colorati. In questo passaggio ha trovato spazio il fenomeno Swatch, nato nel 1983 come “second watch”: un orologio svizzero accessibile, tecnologico, creativo ed emozionale, realizzato con soli 51 componenti e assemblato su linee automatizzate. Un’intuizione che contribuì in modo decisivo al rilancio dell’industria orologiera svizzera. Ma il cuore della serata è stato dedicato all’alta orologeria contemporanea: un mondo in cui il valore non è dato soltanto dalla precisione, ma dalla storia del marchio, dalla rarità, dalla complessità meccanica, dalla riconoscibilità del design e dalla capacità di generare desiderio. Negli ultimi anni, infatti, l’orologio meccanico è tornato a essere un oggetto fortemente simbolico: non serve solo a leggere l’ora, ma racconta chi lo indossa, la sua sensibilità estetica, la sua passione per la tecnica, talvolta anche la sua appartenenza a un certo immaginario di eleganza e successo. Particolarmente interessanti sono stati gli aneddoti dedicati al marchio Panerai, nato a Firenze e profondamente legato alla storia della Marina Militare. Nicola ha ricordato il fascino dei modelli Radiomir e Luminor: il nome Radiomir compare già in un brevetto del 1916, mentre negli anni Trenta Panerai realizzò prototipi destinati alla Regia Marina; nel 1949 venne registrato il marchio Luminor, legato ai materiali luminescenti utilizzati nei quadranti. Non sono mancati riferimenti al mercato delle aste, dove alcuni orologi raggiungono cifre impressionanti. Basti pensare al Patek Philippe Grandmaster Chime Ref. 6300A, battuto da Christie’s nel 2019 per 31 milioni di franchi svizzeri, stabilendo un record assoluto per un orologio. Un dato che aiuta a comprendere come, in questo settore, tecnica, rarità, provenienza e narrazione possano trasformare un oggetto in un bene da collezione. La relazione ha infine aperto uno sguardo sulle strategie delle maison: edizioni limitate, rilancio di modelli iconici, attenta gestione della disponibilità, liste d’attesa e cura del mercato secondario sono strumenti che contribuiscono a mantenere alto il valore percepito e ad alimentare il desiderio dei collezionisti. È stata una serata piacevole e originale, capace di unire storia, tecnica, economia e costume. Nicola Saljoughi ci ha mostrato che dietro un quadrante, una cassa e un movimento non ci sono soltanto ruote dentate e molle, ma anche cultura, ingegno umano e passione. In fondo, gli orologi più affascinanti non misurano soltanto il tempo: lo raccontano.

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